Argomenti per il referendum per una politica di pace contro la nuova legge militare

La solidarietà al posto dei soldati

La modifica del 6 ottobre 2000 della "legge federale sull’esercito e sull’amministrazione militare", che dà via libera agli impegni militari all’estero, è inaccettabile. La nuova legge permette infatti anche la partecipazione alle operazioni di imposizione della pace (peace enforcement), cioè di fatto a operazioni di guerra.

La legge attuale consente già a soldati svizzeri di partecipare a operazioni militari all’estero, ma l’impiego dei soldati è limitato al mantenimento della pace e il loro armamento è limitato all’autodifesa. La revisione fa piazza pulita di questi limiti. Governo e parlamento vogliono quindi intensificare una scelta politica, quella della gestione militare dei conflitti, che va nella direzione opposta di quella auspicata dalle varie organizzazioni e persone che hanno lanciato il referendum con lo slogan "la solidarietà al posto dei soldati".

I referendisti per una vera politica di pace chiedono:

La revisione della legge militare non ha nulla da spartire con la solidarietà:

Il popolo svizzero è di fronte a due strade a fondo cieco: l’interventismo militare proposto con crescente insistenza dal Consiglio federale e dai vertici militari e l’isolazionismo armato proposto dall’UDC e dall’ASNI (che ha pure lanciato un referendum contro la nuova legge militare, per ragioni opposte alle nostre). Con il referendum per una politica di pace proponiamo una vera alternativa: la solidarietà civile. Una strada che conduce la Svizzera verso un’attiva politica di pace internazionale.

Chi vuole la pace deve preparare la pace

I tre fatti seguenti dovrebbero farci riflettere:

Questi tre esempi mostrano una cosa: nel mondo si sprecano troppi soldi per gli eserciti e se ne spendono troppo pochi per la politica di pace civile e l'aiuto alla sopravvivenza. Per questo la Svizzera deve dirigere il suo contributo all'ambito civile, per aumentare le capacità d'azione dove ce n'è veramente bisogno.

Un contributo veramente solidale della Svizzera dovrebbe rispondere ai bisogni reali delle persone vittime dei conflitti. La revisione della legge militare gioca invece la carta sbagliata, quella militare. Questa risponde ai bisogni dell'esercito svizzero che, avendo perso il proprio nemico, cerca disperatamente dei nuovi compiti. Con gli interventi armati non risolviamo nessun conflitto. Il Consiglio federale vuole unicamente dare una nuova ragion d'essere all'esercito svizzero.

Cessare lo sfruttamento invece di respingere i più deboli

Secondo il ministro della difesa, la revisione della legge militare renderebbe la Svizzera "più solidale". Ciò suona piuttosto bene. Ma nel messaggio che accompagna il progetto di legge, il Consiglio federale spiega quel che intende veramente. Con gli interventi armati "si evidenzierebbe anche il fatto che operiamo in modo solidale con i nostri partner più importanti" e che essi sono nel "nostro interesse" perchè permetterebbero di "ridurre sensibilmente il numero ei profughi". Il Consiglio federale motiva apertamente i vantaggi degli interventi militari armati con le statistiche sui richiedenti l'asilo. Afferma che da quando la Svizzera è presente militarmente in Bosnia e Kosov@, il numero di rifugiati in provenienza da quelle regioni è diminuito. Questa non è solidarietà con le vittime ma con gli altri stati ricchi e potenti. La NATO non è mossa da motivi umanitari. Con la gestione militare dei conflitti nel mondo, i paesi ricchi esercitano la repressione militare delle conseguenze dei conflitti che essi stessi suscitano.

La globalizzazione del capitale finanziario porta a una concentrazione senza precedenti delle ricchezze e del controllo sulla produzione e la distribuzione dei beni e servizi. L'aumento dello sfruttamento, delle disuguaglianze e delle ingiustizie a livello mondiale ne sono le conseguenze dirette che a loro volta sono la causa prima di conflitti sempre più esacerbati. La costituzione di forze d'intervento militare da parte dei paesi ricchi è un seguito logico di questa politica neoliberista. I militari svizzeri vogliono partecipare a pari diritti con i partner della NATO alla gestione armata dei conflitti prodotti dalle globalizzazione neoliberista.

Gli interventi militari nel mondo non dipendono dalla gravità delle violazioni dei diritti umani, ma piuttosto dagli interessi in campo. La Turchia, membro della NATO, può permettersi una repressione della popolazione curda senza dover temere nessuna sanzione internazionale. Anche Saddam Hussein è stato armato e sostenuto dai paesi occidentali mentre massacrava le popolazioni curde dell'Irak. Ora, dieci anni dopo la guerra del Golfo, si continua a punire tutto un popolo con i bombardamenti e l'embargo.

Con la revisione della legge militare, la Svizzera vuole partecipare politicamente e militarmente a una gestione dei conflitti che risponde prima di tutto ai propri interessi particolari e non all'interesse generale.

La Svizzera non cerca un'adesione formale alla NATO. Ciò non interessa né la NATO né la Svizzera. La nuova direttiva è la seguente: "I paesi membri della NATO e quelli che non vi appartengono agiscono insieme per far rispettare i diritti umani". In questo modo la Svizzera neutrale darebbe una legittimazione democratica e umanitaria alla forza d'intervento militare della NATO evitando nel contempo la spinosa questione dell'adesione formale.

No alla partecipazione della Svizzera a operazioni di guerra

La nuova legge militare va ben oltre il progetto dei caschi blu, che si limitava alle operazioni di mantenimento della pace condotte dall’ONU con l’accordo delle parti in conflitto. Nel 1994, i movimenti attivi per una vera politica di pace non avevano lanciato il referendum. Questi movimenti avrebbero rinunciato al referendum anche contro l'attuale revisione della legge se questa avesse semplicemente riproposto un progetto della medesima portata di quello dei caschi blu. Ma questa volta il Consiglio federale vuole andare molto più in là.

La legge attuale consente già a soldati svizzeri di partecipare a operazioni militari all’estero, ma l’impiego dei soldati è limitato al mantenimento della pace e il loro armamento è limitato all’autodifesa. La revisione fa piazza pulita di questi limiti. Essa apre la strada alla partecipazione alle operazioni d'imposizione della pace, in altre parole a operazioni di guerra. L'espressione "operazioni di sostegno alla pace" comprende nel contempo gli impieghi per il "mantenimento della pace" e quelli per "l'imposizione della pace". Il Consiglio federale decide autonomamente e di volta in volta l'armamento, che non è previsto unicamente per l'autodifesa ma anche per "l'adempimento del loro compito in questione".

Le nuove disposizioni contenute nella legge militare avrebbero consentito alla Svizzera di partecipare alla guerra del Golfo contro l'Irak. Già oggi gli F/A-18 effettuano in Francia esercitazioni di rifornimento in volo per missioni di lungo raggio (2000 km). La Svizzera si prepara dunque a intervenire in guerre nel Medio Oriente e in Africa. Non ci sono scenari plausibili per missioni aeree a lunga distanza nell'ambito di operazioni di mantenimento della pace.

La "solidarietà" dei militari svizzeri va agli eserciti della NATO, non alle persone toccate dai conflitti.

Investire per la pace invece di sprecare per i nuovi carri armati

Gli "interventi armati per la pace " servono da pretesto per giustificare nuove spese militari. Dopo alcuni anni di stagnazione, i budget della difesa hanno ripreso a salire in Europa occidentale (+ 15% dal 1998). La medesima tendenza si manifesta in Svizzera. I programmi d'acquisto attuali (carri di granatieri, aerei di trasporto truppe, F/A-18 da ricognizione etc.) sono motivati con la possibile participazione a operazioni all'estero. Pur rimanendo lo scopo principale, la difesa militare di una nazione circondata da paesi amici è assurda, lo sanno anche i militari. Quanto al secondo scopo dell'esercito, la "preservazione delle condizioni d'esistenza" (leggi: aiuto in caso di catastrofi) , questo potrebbe essere svolto altrettanto bene se non meglio da organizzazioni non militari. L'unica giustificazione per le enormi spese militari si trova negli impieghi internazionali. Secondo il sociologo militare Karl Haltiner, in Europa "più un esercito si impegna in operazioni di sostegno alla pace, maggiore sarà il riconoscimento di cui gode", e maggiori saranno le somme di danaro che potrà sprecare, aggiungiamo noi.

É l'esercito Svizzero che ha bisogno del mondo, non il contrario.

La nostra alternativa: apertura e solidarietà civili

La corsa alle armi e le guerre impediscono una vera solidarietà. Con 2,4 miliardi di dollari (meno delle spese militari che si fanno nel mondo in un solo giorno!) l'ONU potrebbe garantire la sopravvivenza di 30 milioni di rifugiati. Ma l'ONU non riesce a raccogliere questa somma. Un altro esempio, recentissimo: alla fine dello scorso mese di ottobre l’Alto com-missariato per i rifugiati dell’ONU ha lanciato un pressante appello alla comunità internazionale per ottenere 20 milioni di dollari per la sopravvivenza di 700 mila rifugiati nelle regioni della ex-Jugoslavia nel prossimo inverno. Anche qui, i soldi non ci sono ancora, ma poco prima il Consiglio federale ha deciso di spendere 27 milioni di franchi per mantenere l’impegno dei 150 soldati della Swisscoy (il contingente svizzero in Kosov@).

A livello mondiale l'indigenza e la precarietà sono sempre più spaventose. C'è una necessità crescente e urgente di affrontare questi problemi ed è lì che la Svizzera potrebbe dare un utile contributo. Per questo non servono né l'interventismo militare auspicato dal governo né l'isolazionismo armato vagheggiato da Blocher.

L'alternativa sta nell'apertura solidale e in una politica mirante alla riduzione delle cause di conflitto. Bisogna rafforzare la collaborazione con i paesi deboli, impegnarsi per relazioni commerciali eque, intervenire contro i disastri del neoliberismo. In poche parole: investire nella prevenzione e nella gestione civile dei conflitti utilizzando a ques-ti fini le risorse ora sprecate per l'esercito.

Fatti sulla revisione della legge militare

Une revisione parziale anticipata

Gli interventi armati all'estero costituiscono la pietra angolare del progetto Esercito XXI. Con questa revisione parziale anticipata, il Dipartimento della difesa vuole ottenere una decisione di principio sui futuri campi d'azione per l'esercito svizzero. Il Consiglio federale ha diviso questa revisione parziale in due parti:

Il testo contestato

Art. 66 Premesse

  1. Gli impieghi a favore del promovimento della pace possono essere ordinati sulla base di un mandato dell’ONU o dell’OSCE. Essi devono essere conformi ai principi della politica estera e della politica di sicurezza della Svizzera.
  2. Il servizio di promovimento della pace è prestato da persone o truppe svizzere appositamente istruite al riguardo.
  3. L’annuncio per partecipare a un’operazione di sostegno della pace è volontario.

Art. 66a Armamento, impiego

  1. Il Consiglio federale determina in ogni singolo caso l’armamento necessario per la protezione delle persone e delle truppe impiegate dalla Svizzera e per l’adempimento del loro compito in questione.
  2. E’ vietata la partecipazione ad azioni di combattimento di imposizione della pace.

Art. 66b Competenze

  1. Il Consiglio federale è competente per ordinare un impiego.
  2. Il Consiglio federale può concludere le convenzioni internazionali necessarie per l’esecuzione dell’impiego.
  3. Se l’impiego è armato, il Consiglio federale consulta preventivamente le commissioni della politica estera e della politica di sicurezza di entrambe le Camere.
  4. Un impiego armato dev’essere approvato dall’Assemblea federale qualora siano impegnati oltre 100 militari oppure la sua durata sia superiore a tre settimane. In casi urgenti, il Consiglio federale può chiedere la successiva approvazione dell’Assemblea federale.

Spiegazioni e critiche del testo

"Promovimento della pace... sostegno della pace"

Utilizzate nel linguaggio quotidiano e colloquiale, queste espressioni generiche possono assumere un senso diverso a seconda di chi le usa. In un articolo costituzionale le parole assumono un'importanza diversa, devono essere chiare e precise, ma le espressioni utilizzate dal Consiglio federale non corrispondono a quelle in uso nel diritto internazionale. La carta dell’ONU specifica due misure diverse:

  1. il "mantenimento della pace" (cap. VI: garantire un processo di pace definito politicamente con l’accordo delle principali parti in conflitto) e
  2. l’"imposizione della pace" (cap. VII: azioni di guerra di forze armate aeree, di mare o di terra contro la volontà di una o di più parti in conflitto).

Come spiega il messaggio del Consiglio federale, il concetto di "operazioni di sostegno della pace" indicato nel testo di legge comprende sia quelle di mantenimento della pace che quelle di imposizione della pace. Quindi non si esclude la partecipazione svizzera a operazioni come la Guerra del Golfo (classico esempio di "imposizione della pace").

La legge attualmente in vigore permette la partecipazione a operazioni di mantenimento della pace. Anche il progetto di legge sui caschi blu, respinto in votazione nel 1994, limitava chiaramente la partecipazione solo a questo tipo di operazioni. La nuova legge militare vuole andare ben oltre questo limite per permettere anche la participazione a missioni di "imposizione della pace".

"...azioni di combattimento di imposizione della pace".

Il testo le vieta. Ma cosa significa concretamente? Durante il dibattito parlamentare era stata proposta un'indicazione ben più chiara: la proscrizione della partecipazione a operazioni di imposizione della pace. Il Consiglio nazionale l'ha respinta. La formulazione definitiva è terribilmente carica di ambiguità, anche perché giuridicamente il concetto di "azioni di combattimento" non è codificato. In ogni caso si nega solo l'impiego diretto nei combattimenti e non si esclude affatto la partecipazione ad altre fasi delle operazioni di imposizione della pace: per esempio sostegno logistico, ricognizioni, ecc. Chi decide dove piazzare il cannone partecipa ai combattimenti meno di chi spara? Chi mette in piedi la struttura logistica, anche solo la mensa ufficiali o i cessi da campo, non partecipa a pieno titolo a quell'operazione? Senza poi dimenticare che in caso di partecipazione a un'operazione di "imposizione della pace", cioè a un'operazione di guerra, non sarà poi così semplice evitare del tutto le "azioni di combattimento".

Cronistoria della revisione della legge militare

Il 6 ottobre 2000 l’Assemblea federale ha adottato una revisione della legge militare. Un primo progetto era stato presentato dal Consiglio federale nel gennaio del 1999. Le organizzazioni attive nella promozione di una vera politica di pace avevano criticato il progetto e presentato la piattaforma "per una politica estera solidale, nessun assegno in bianco per impegni armati". La piattaforma esigeva una politica di pace fondata sull'esperienza umanitaria e civile della Svizzera, chiedeva di ampliare sensibilmente l'azione nel campo della gestione civile dei conflitti. Criticava inoltre la mancanza di limiti di armamento delle truppe e la possibilità di impegnarsi in un "servizio di promozione della pace a livello internazionale" anche in assenza di un mandato dell'ONU o dell'OSCE.

Pubblicando il progetto nell'ottobre del 1999 il Consiglio federale ha affermato di aver tenuto conto della piattaforma, anche se il testo dimostrava il contrario, sostituendo la partecipazione a operazioni di "mantenimento della pace" con quelle di "sostegno alla pace". In vista dei dibattiti parlamentari le organizzazioni per una politica di pace hanno posto queste condizioni minime, andando fin troppo incontro alla proposta del governo:

  1. la subordinazione di ogni partecipazione armata a un mandato dell'ONU o dell'OSCE
  2. la limitazione degli impegni alle sole operazioni di "mantenimento della pace"
  3. la limitazione dell'armamento all'autodifesa.

In marzo il Consiglio nazionale ha respinto le tre proposte.

In giugno il Consiglio degli Stati ha accolto la prima condizione.

In settembre il Consiglio federale ha nuovamente rifiutato di limitare gli interventi al mantenimento della pace e l'armamento all'autodifesa.

A questo punto il referendum era inevitabile.

Lo sostengono: Gruppo per una Svizzera senza esercito, Gruppo ticinese per il servizio civile, Centrale sanitaria svizzera, Centro Martin Luther King, Christlicher Friedensdienst, Terre des hommes Svizzera, Attac, Csoa il molino, Partito del Lavoro, Solidarietà, le sezioni cantonali ginevrina e vodese del Partito socialista, i Verdi della città di Zurigo, e altre organizzazioni nazionali e cantonali.

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Referendum per una politica di pace, c/o GSsA, case postale 151, 1211 Genève 8, tel. 022 320 46 76, fax 022 320 69 49

e-mail: gssa@iprolink.ch sito (in francese): http://www.gsoa.ch/gssa/

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